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CONSULENZE CIVILISTICHE E FISCALI

IN MATERIA DI

FAMIGLIA 

CONTRATTUALISTICA

OPERAZIONI SOCIETARIE

PIANIFICAZIONI PATRIMONIALI

 

in questa pagina

FAMIGLIA 

Accordi di convivenza per gli acquisti, la casa e l'impresa - Patrimonio e successione del convivente - Unioni civili e coppie di fatto - Validi gli accordi cd. prematrimoniali - Separazione senza giudice: la negoziazione assistita da avvocato

PATRIMONIO

Strumenti per la protezione del proprio patrimonio - Tutela dei figli con difficoltà, il "dopo di noi" - Patto di famiglia - Il testamento - La denuncia di successione.

I CONTRATTI DI CONVIVENZA: disciplinare gli acquisti, la casa, l'impresa, la successione

Spesso la coppia deve convivere con rapporti giuridici e patrimoniali preesistenti (i figli, l'ex coniuge) e sorge l'esigenza di definire e programmare tali rapporti, per mediare il prima e il dopo, ad esempio in fase d'acquisto di un immobile o nell'ambito di una vicenda successoria.

Che cosa sono i contratti di convivenza. Sono accordi – che devono risultare da apposito atto scritto per essere validi - con cui la coppia definisce le regole della propria convivenza attraverso la regolamentazione dell'assetto patrimoniale della stessa - prima che abbia inizio o durante lo svolgimento del rapporto. 

L'accordo può essere impiegato anche per regolamentare le conseguenze patrimoniali della cessazione della convivenza.

Abitazione, contribuzione alla vita domestica, mantenimento in caso di bisogno del convivente, contratto d'affitto e regime patrimoniale dei beni acquistati insieme, sono tra i principali aspetti che i conviventi possono decidere di disciplinare nella famiglia di fatto attraverso i contratti di convivenza.

 

Contratti di convivenza assistiti da avvocato

La nuova legge permette ai conviventi - con stato civile libero - di regolamentare i loro reciproci rapporti economici alla vita in comune e di optare per il regime della comunione degli acquisti, con un vero e proprio contratto.

Il contratto di convivenza deve regolare i rapporti patrimoniali dei conviventi, al fine di evitare abusi e di tutelare entrambi i membri della coppia convivente. 

Per la validità, viene richiesta la forma scritta e l'atto deve essere predisposto con l'assistenza di un avvocato o di un notaio, nella forma di scrittura privata o di atto pubblico. La stessa forma è altresì richiesta per le sue successive modifiche e per la sua risoluzione.

In tutte le ipotesi, la sottoscrizione degli atti va verificata dal professionista che ha predisposto l'accordo. L'autentica della firma disposta, dopo la sottoscrizione del contratto, dall'avvocato ha lo scopo di rendere certe tra le parti le assunzioni di responsabilità che gli accordi prevedono.

Il contratto di convivenza deve essere conforme alle norme imperative e all'ordine pubblico e non deve essere sottoposto a termine né a condizioni, prevedendo la legge, in tali ipotesi, il termine e le condizioni come non apposti. 

Una volta stipulato il contratto di convivenza, è necessario che questo sia conosciuto anche al di fuori della coppia. Per perfezionarne la "valenza pubblica”, e quindi perché questo accordo sia valido anche nei confronti dei terzi che avranno rapporti dare-avere con la coppia, il professionista che ha prestato la sua consulenza e autenticato il contratto, dovrà rimettere l'atto per l'iscrizione all'anagrafe del Comune di residenza dei conviventi, entro 10 giorni successivi alla stipula.

 

La circolare n. 7/2016 del Ministero dell'Interno – “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze” - disciplina l'iscrizione delle convivenze di fatto, la registrazione dell'eventuale contratto di convivenza e il rilascio di relative certificazioni.

La circolare chiarisce, fra l'altro, il legame tra iscrizione anagrafica e registrazione del contratto (eventuale) di convivenza. Con la registrazione il convivente assume una vera e propria qualità in senso tecnico e giuridico e ne nasce una nozione “formale” di convivenza di fatto: si intendono per «conviventi di fatto» due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimoni o da un'unione civile, che hanno dichiarato anagraficamente la loro convivenza. Il ministero dell'Interno, in una nota del 6 febbraio 2017, protocollata con il n. 231, ha successivamente meglio precisato che che liscrizioni anagrafiche sono finalizzate «all'accertamento della stabile convivenza e non già alla costituzione della convivenza di fatto» e ha altresì stabilito che la legge 76/2016 (la legge Cirinnà) si applica ai soli cittadini italiani e stranieri residenti in Italia ma non ai cittadini italiani iscritti all'Aire (l'anagrafe degli italiani residenti all'estero).

Nella circolare n. 7/2016 si prevede espressamente che l'eventuale contratto sia registrato non solo nelle schede individuali dei conviventi, ma anche nella scheda della famiglia anagrafica.

 

Gli acquisti

Quanto alle regolamentazioni patrimoniali tra le parti, che costituiscono l'aspetto più innovativo di questo nuovo tipo di accordo, il richiamo, per il regime patrimoniale degli acquisti, è alla disciplina codicistica della comunione legale di cui all'articolo 177 codice civile. Pertanto, gli acquisti compiuti dai conviventi, insieme o separatamente, durante la vigenza del contratto di convivenza, costituiscono oggetto di comunione, ad esclusione di quelli relativi ai beni personali "nel contesto di una regolamentazione delle modalità di contribuzione alla necessità della vita in comune, in relazione alle sostanze di ciascuno ed alla capacità di lavoro professionale o casalingo". Con la dizione “le modalità di contribuzione alla necessità della vita in comune”, i contratti di convivenza possono, infatti, prevedere con la massima precisione sia le diverse tipologie delle spese da prendere in considerazione, sia quale misura spetti come onere a carico dell’uno o dell'altro dei conviventi, così pervenendo ad un ufficializzazione degli oneri, sicuramente da immaginare coerenti rispetto alle diverse sostanze ed ai diversi impegni professionali, che sicuramente gioverà alla coppia proprio al momento finale della convivenza.

 

Convivente che partecipa all'impresa dell'altro

Al partner spetta la partecipazione agli utili nell'impresa familiare

Il codice civile all'articolo 230 bis istituisce e disciplina l’istituto dell’impresa familiare, nella quale "come familiare si intende il coniuge, i parenti entro il terzo grado, gli affini entro il secondo grado”.

Ai sensi dell’articolo 18 del decreto-legge 25 giugno 2008 n. 112, convertito nella legge 6 agosto 2008 n. 133, in presenza di una convivenza dichiarata all’anagrafe, ai sensi dell’articolo 1, le prestazioni lavorative svolte nell'ambito di essa non hanno il requisito della subordinazione se è dimostrata una comunanza di vita e di interessi tra i conviventi che dia luogo alla partecipazione, effettiva ed equa, del convivente alle risorse della famiglia di fatto.

Pertanto, dal combinato disposto dalle predette due norme, anche al convivente che presta stabilmente la propria opera nell'impresa dell'altro,  spetta una partecipazione (commisurata al lavoro prestato) sia agli utili dell'impresa familiare che ai beni acquistati connessi e agli incrementi dell'azienda.

 

Assegno all'ex convivente

Il giudice, una volta cessata la convivenza, può disporre a carico dell'ex convivente il pagamento di un assegno, sempre che vi sia lo stato di bisogno. L'ammontare dell'assegno di mantenimento sarà proporzionale alla durata della convivenza ed è detraibile per colui che lo eroga. 

 

La casa, alla morte del convivente

Anche il convivente ha diritto, per legge, di vivere nella casa di abitazione di proprietà del convivente, dopo la morte di questi. Il tutto però con una durata limitata a due anni, o per un periodo pari alla convivenza (se superiore ai due anni), ma mai per più di cinque, e per almeno tre anni in caso di presenza di figli minori o disabili. 

Tuttavia questo diritto viene perso se il convivente del defunto cessa di abitarvi stabilmente o instaura una nuova convivenza/ unione civile / matrimonio.

 

Qualora l’abitazione sia invece in locazione,  il convivente subentra nel contratto e, se si tratta di alloggio popolare, la convivenza diventa anche titolo/causa di preferenza per l’assegnazione degli alloggi popolari. Già prima della legge "Cirinnà" del maggio 2016, gli accordi raggiunti in sede di Conferenza unificata Stato-regioni ed enti locali, aventi ad oggetto la semplificazione delle procedure di alienazione degli immobili di proprietà degli Istituti autonomi per le case popolari, comunque denominati, riconoscono il diritto di opzione all’acquisto anche in favore del convivente, purché la convivenza duri da almeno cinque anni.

 

Sugli aspetti non regolati dalla cd. legge "Cirinnà" del maggio 2016, ai conviventi non resta che affidarsi all’ombrello di garanzie fissato dalla giurisprudenza, che ha affrontato a più riprese l’aspetto della casa comune.  La Cassazione (sentenza 7/14) ha affermato che il partner non proprietario, a fine legame, non può essere allontanato con forza dal tetto familiare, essendone detentore qualificato, abilitato alla tutela possessoria, ma occorre concedergli un termine congruo per reperire un’altra sistemazione (Cassazione, sentenza 7214/13). La tutela possessoria è estesa a terzi: anche chi eredita la casa non può mettere alla porta il convivente del defunto (Cassazione, sentenza 19423/14). E in caso di separazione dei conviventi, come per i coniugi separati, è indiscussa l’assegnazione del tetto familiare al genitore collocatario dei figli minori o non autonomi (Cassazione, sentenza 17971/15).

 

Il conto corrente

I giudici hanno anche riconosciuto il diritto del convivente a ricevere assistenza morale dall’altro: i versamenti sul conto del partner sono ritenuti obbligazioni naturali non ripetibili (Tribunale di Treviso, sentenza 258/15) e si presume la contitolarità delle somme versate su conto cointestato (Cassazione, sentenza 26424/13).

Il convivente è anche tutelato come vittima di maltrattamenti familiari, considerata, a prescindere dall’effettiva durata del rapporto, la prospettiva di vita comune con la quale aveva instaurato la convivenza (Tribunale di Bari, sentenza 3289/15).

 

Patrimonio e successione del convivente

Essenziale la consulenza tecnico-giuridica del professionista stante la mancanza di un diritto successorio del convivente nel nostro sistema.

Per i conviventi non sposati o non legati da unione civile resta senza regole la successione. La legge, infatti, prevede la possibilità di sottoscrivere un contratto di convivenza per regolare le modalità di contribuzione ai bisogni familiari o altri aspetti economici, ma non interviene in materia di diritti ereditari. Né si tratta di una materia che possa essere disciplinata dai giudici.

Così, per poter “lasciare” una fetta del proprio patrimonio al partner superstite si deve ricorrere ad altri strumenti: donargli beni o diritti, costituire in suo favore un diritto reale di godimento, scegliere la comunione per gli acquisti fatti assieme, estendergli le prestazioni garantite dalla polizza sanitaria, nominarlo beneficiario di assicurazione sulla vita, redigere testamento e attribuirgli la quota consentita per legge. È ammessa anche la redazione di due testamenti “a specchio” con cui ogni convivente designa erede l’altro, ma solo per la quota disponibile.

 

VIETATO PREDETERMINARE L'ASSEGNO DI DIVORZIO

È nullo l’accordo con il quale due coniugi,  al momento della separazione, pattuiscono in merito al quantum dell’assegno di divorzio: è quanto ribadisce laCorte di cassazione nella sentenza n. 2224 del 30 gennaio 2017.

Detti accordi sono invalidi per illiceità della causa, perché stipulati in violazione del principio fondamentale, espresso dall’articolo 160 del Codice civile, di radicale indisponibilità dei diritti in materia matrimoniale. 

Pertanto, di tali accordi non può tenersi conto: 

• né quando limitino o addirittura escludono il diritto del coniuge economicamente più debole al conseguimento di quanto è necessario per soddisfare le esigenze della vita;

• né quando soddisfino pienamente tali esigenze, per la ragione che una preventiva pattuizione, specie se allettante e condizionata alla non opposizione al divorzio, potrebbe determinare il consenso a porre fine agli effetti civili del matrimonio.

La disposizione dell’artcolo 5, comma 8, della legge 898/1970 a norma del quale - su accordo delle parti - la corresponsione dell’assegno divorzile può avvenire in un’unica soluzionenon è dunque applicabile al di fuori del giudizio di divorzio.

Articolo tratto da Il Sole 24 Ore,  Il Quotidiano del Diritto, di Angelo Busani - 31 gennaio 2017

 

 

UNIONI CIVILI E COPPIE CONVIVENTI

Legge 76/2016: le nuove regole su unioni civili e convivenze di fatto sono diventate operative dal 5 giugno 2016. Ecco le principali novità.

Spesso le convivenze e le unioni nascono come secondo rapporto, in presenza di figli e di altri eredi. Come regolare i rapporti  patrimoniali?

Adesso più che mai è indispensabile disciplinare i rapporti della coppia: la "comunione dei beni", l'obbligo all'assistenza morale e materiale, la casa, la locazione, il patrimonio, la linea ereditaria.

SUCCESSIONE: DIVERSO ESSERE PARTNER DELL'UNIONE O CONVIVENTE 

Nel nostro sistema il convivente non è erede e non ha alcun diritto successorio, non ha diritti previdenziali, quindi niente assegno di reversibilità nè TFR. Essenziale, dunque, la consulenza tecnico-giuridica del professionista, quando si voglia predisporre adeguate tutele per il proprio convivente.

Il partner dell'unione civile, invece, è erede ed ha diritto ad una quota riservata di patrimonio del defunto partner, esattamente come il coniuge nel matrimonio e gode dei diritti di reversibilità.

UNIONI CIVILI

Come i coniugi, i partner devono contribuire ai bisogni comuni in relazione alla propria capacità lavorativa (professionale o casalinga). Se c’è la volontà, si può anche scegliere il cognome di uno dei due partner. Attenzione: cambia il codice fiscale. Mentre se la moglie aggiunge al proprio cognome quello del marito, il nuovo "nome di famiglia" può essere affiancato a quello da nubile sulla carta di identità, invece, in sede di unione civile, il cognome del compagno (o della compagna) viene automaticamente inserito nel suo codice fiscale. Occorre rifare passaporto e carta d'identità. In pratica, con le unioni civili, cambia l'identità fiscale del soggetto, con una serie di conseguenze non indifferenti. Particolare cautela deve essere prestata in particolare per posizione Inps e per alcuni tipi di contratti, compreso il mutuo con la banca.

Inoltre, essi sono riconosciuti come veri e propri coniugi in caso di malattia e ricovero e perfino in caso di morte. In questa circostanza, inoltre, il partner superstite avrà diritto all'assegno di reversibilità, al TFR e anche all'eredità nella stessa quota prevista per il coniuge nel matrimonio, sia nella successione legittima che in quella testamentaria. 

Stesso discorso sotto il profilo economico: alle coppie unite civilmente si applicherà il regime della comunione dei beni, sempre che non optino espressamente per la separazione dei beni.

Il partner dell'unione civile ha anche gli stessi diritti del coniuge dal punto di vista fiscale: detrazione per i figli e detrazione per il partner a carico, deduzione dal reddito dell'assegno di mantenimento per l'ex, detrazione delle spese mediche per il partner a carico, bonus ristrutturazioni, bonus mobili per le giovani coppie.

I partner dell'unione non possano adottare figli, neanche quelli del partner (anche se c'è una recentissima Cassazione in senso contrario), i partner non potranno beneficiare delle prestazioni di maternità/paternità, né degli assegni familiari erogati dai Comuni per i nuclei familiari.

Donazioni. Agli atti di donazione effettuati tra persone dello stesso sesso, fra cui sussiste un’unione civile riconosciuta da un Paese estero, si applica l’aliquota agevolata prevista dalla normativa italiana per le donazioni tra "familiari". Lo afferma la Ctr Liguria con la sentenza 575/1/16.

 

Quanto alla fine dell'unione, basterà che anche uno solo dei due partner presenti una comunicazione all'ufficiale di stato civile contenente la volontà di sciogliere l'unione. Dopo tre mesi dalla presentazione della comunicazione si potrà chiedere il divorzio vero e proprio, che potrà essere chiesto per via giudiziale oppure attraverso la negoziazione assistita o ancora attraverso un accordo sottoscritto davanti all'ufficiale di stato civile. In caso di divorzio, la legge 76/16 ha previsto che il partner più “debole” avrà diritto agli alimenti, oltre che all'assegnazione della casa. Dalle cause di scioglimento dell'unione civile è esclusa la mancata consumazione del rapporto.

 

LA CONVIVENZA DI FATTO

La convivenza di fatto può riguardare sia le coppie etero che omosessuali. Il primo passaggio per “istituzionalizzare” la convivenza è la richiesta di iscrizione all'ufficio anagrafico del Comune dove si intende fissare la propria residenza mediante apposito modello, anche inviato per raccomandata, via fax o mail, puntualizzando che si tratta di «Convivenza per vincoli affettivi». Chi compila il modulo è il «soggetto che dirige la convivenza». Al modello bisogna allegare i documenti di identità di entrambi i soggetti. 

Sul fronte previdenziale non ci sono benefici per i conviventi:  a differenza delle unioni civili, infatti, i conviventi in caso di morte del partner, non hanno diritto né al Tfr  né all’asse­gno di reversibilità, mentre è garantito il diritto all’assistenza e alle informazioni personali in caso di malattia del partner.

 

La legge /6/2016 intro­duce, invece, il diritto di parteci­ pazione agli utili in caso di convivente di fatto che presti stabilmente la propria opera all’interno dell’impresa del partner. Il diritto di partecipa­zione agli utili non sussiste qualora tra i conviventi esista un rapporto di società o di lavoro subordinato.

In caso di fine del rapporto, esiste il diritto all’assegno di manteni­mento, e questo sarà detraibile dal partner che lo eroga.

I conviventi sono equiparati alle coppie sposate anche per le graduatorie relative all’as­segnazione di alloggi di edili­zia popolare. 

Alla luce di questa panoramica, risultano molto limitate le tutele giuridiche per il convivente di fatto. In aggiunta, spesso le convivenze nascono come secondo rapporto, in presenza di figli e di altri eredi. Opportuno, quindi stipulare un contratto che disciplini i rapporti della coppia: la comunione o la separazione dei beni, l'assistenza morale e materiale, la casa, la locazione, il patrimonio, la linea ereditaria.

Per il contratto di convivenza si va dal professionista
I conviventi possono decidere di regolare i reciproci rapporti economici e patrimoniali e di optare per la comunione dei beni con un contratto di convivenza. Per la sottoscrizione o l'eventuale modifica o risoluzione, è necessaria la forma scritta e l'atto deve essere predisposto con l'assistenza di un professionista (avvocato o notaio) nella forma di atto pubblico o di scrittura privata. Il contratto, per legge, non deve essere sottoposto a termini o vincolato al rispetto di particolari condizioni.

Il professionista incaricato dovrà iscrivere il contratto all'anagrafe di residenza dei conviventi, passaggio necessario perché abbia valore anche nei confronti dei terzi. Nel contratto di possono indicare in modo dettagliato quali spese vanno condivise e secondo quali proporzioni. Si veda il paragrafo sopra  "I contratti di convivenza: disciplinare gli acquisti, la casa e l'impresa, la successione".

 

Validi gli accordi cd "prematrimoniali"

In applicazione del principio di meritevolezza degli interessi (espresso nell’articolo 1322 del Codice civile), è valida la regolamentazione, effettuata prima del matrimonio, dei rapporti patrimoniali tra i futuri coniugi, determinando in tal modo le reciproche concessioni cui dare esecuzione nell’ipotesi di fallimento del matrimonio (Cassazione n. 23713/2012).

Trattasi dei cosiddetti accordi pre-matrimoniali.

 

Il tutto nel limite delle cautele – e dunque dell'intervento del giudice - laddove sia necessario tutelare i diritti dei minori e, in genere, i diritti dei soggetti più deboli, quali figli incapaci o maggiorenni non economicamente autosufficienti, ove presenti nel momento della crisi coniugale. Di qui la scarsa efficacia di questo strumento nella stragrande maggiornaza dei casi.

Separazione: in tribunale o con accordi extragiudiziali - Divorzio in sei mesi

I coniugi si separano in tribunale o con accordi extragiudiziali

Può succedere che la coppia vada in crisi in modo irreversibile.  In questi casi il coniuge che voglia separarsi dall’altro può scegliere tra quattro procedure di separazione, due si concretizzano in tribunale, mentre le altre due si svolgono al di fuori delle aule di giustizia.

 

Scioglimento dal Sindaco o accordo con gli avvocati

La legge 162/2014 ha introdotto due nuove modalità per arrivare alla separazione personale, alla cessazione degli effetti civili del matrimonio, allo scioglimento del vincolo e alla modifica di precedenti provvedimenti e/o accordi a definizione dei procedimenti di separazione e divorzio. Il tutto per semplificare e ridurre i tempi, oltre che per evitare il ricorso ai tribunali.

 

Accordo davanti all'ufficiale di stato civile

L'articolo 12 della legge 162 barra 2014 introduce la possibilità per i coniugi di sciogliere definitivamente il vincolo matrimoniale mediante un semplice accordo davanti all'ufficiale dello stato civile. In questo caso non è obbligatorio rivolgersi ad un avvocato. Per poter accedere a questo procedimento semplificato occorre:

l'assenza di figli minori o incapaci oppure maggiorenni, ma non economicamente autosufficienti;

la mancanza di patti di trasferimento patrimoniale.

 

Negoziazione assistita

Se ci sono figli minori, incapaci, o non economicamente autosufficienti, oppure se vi sono trasferimenti patrimoniali, le parti possono procedere alla negoziazione assistita, ciascuna assistita da un proprio legale.

Due le possibilità previste.

Nel caso in cui non vi siano figli minori o incapaci coinvolti, l'avvocato trasmette l'accordo al Procuratore della Repubblica presso il tribunale civile competente che, in mancanza di irregolarità, rilascia il nullaosta.

In caso di presenza di figli minori o incapaci, o maggiorenni non economicamente autosufficienti, l’avvocato trasmette l'accordo al Procuratore della Repubblica, che valuta l'interesse dei soggetti deboli e autorizza; oppure, qualora non lo ritenga corrispondente all'interesse di questi ultimi, lo trasmette, entro cinque giorni, al Presidente del Tribunale, il quale fissa udienza di comparizione delle parti nei successivi 30 giorni. L’avvocato provvederà, quindi, a trasmettere il provvedimento reso dal PM o dal Presidente del Tribunale all’Ufficiale di Stato Civile per l’annotazione.

 

Figli nati fuori del matrimonio 

In caso in presenza di figli nati fuori del matrimonio, le norme sulla negoziazione assistita non sono applicabili. Ma una recente decisione del tribunale di Como (decreto del 13 gennaio 2016) dopo aver rammentato che la separazione per negoziazione assistita è prevista solo per la separazione e il divorzio di coppie coniugate, e non quando due persone vivono una relazione di fatto, ha ritenuto necessario, in tali ipotesi,  l’intervento del giudice per dotare l'accordo degli ex conviventi di efficacia anche nei confronti dei figli minorenni. Tuttavia un'apertura pare possibile. Nel caso esaminato a Como, il giudice ha convocato la coppia, dopo che il PM non aveva concesso il provvedimento di autorizzazione alla negoziazione assistita e ha ritenuto applicabile la negoziazione assistita, sia pur con provvedimento del Tribunale.

 

Domanda di divorzio in sei mesi

Il Tribunale di Milano, Sezione IX, con decreto del 19 gennaio 2016, aderisce all'impostazione secondo cui <<l'accordo raggiunto a seguito della convenzione produce gli effetti e tiene luogo dei provvedimenti giudiziali che sostituisce>>. 

 

Il decorso del termine di 6 mesi per la proponibilità del divorzio è, ora, un effetto tipico ex lege della separazione consensuale: pertanto, deve ritenersi che, per le negoziazioni assistite e per gli accordi conclusi davanti all'ufficiale di stato civile, il termine per la domanda di divorzio sia quello di 6 mesi, decorrenti dalla data certificata per la negoziazione e dalla data dell'atto che racchiude l'accordo per i patti semplificati davanti all'autorità amministrativa. 

 

Separazione avanti al Tribunale

Separazione consensuale

La separazione è consensuale quando sono i coniugi a ad accordarsi, per iscritto, su ogni questione relativa alla sospensione del loro vincolo matrimoniale (questioni patrimoniali, mantenimento coniuge debole, diritti di visita e mantenimento della prole, assegnazione della casa coniugale).

A differenza della separazione giudiziale, la separazione consensuale ha indiscussi vantaggi: è infatti possibile regolamentare questioni accessorie - che il tribunale giudizialmente non potrebbe risolvere - come per esempio prevedere trasferimenti immobiliari, regolamentare l'uso della casa delle vacanze ecc. 

Inoltre, una volta depositato l'accordo presso la cancelleria del Tribunale basterà per le parti comparire una sola volta e attendere poi l'omologa della separazione.

Separazione giudiziale

Quando non vi è accordo tra i coniugi sulle questioni relative alla sospensione del loro vincolo matrimoniale, può essere richiesta, anche da uno solo dei coniugi, la separazione giudiziale.

In tale ipotesi, è il giudice che disciplina e regolamenta ogni aspetto inerente la gestione dei rapporti patrimoniali e personali tra coniugi (anche con riferimento ai figli) e che, in presenza di determinati presupposti, pronuncia l'addebito.

Modifica condizioni di separazione

Le condizioni della separazione sono tutti sempre modificabili su richiesta di parte qualora intervengano "nuove" circostanze di fatto e di diritto rispetto al momento in cui i provvedimenti sono stati assunti tali.

Assegnazione della casa coniugale

È finalizzata alla tutela dei figli al fine per evitare loro il trauma di dover cambiare casa, quartiere, frequentazioni e abitudini di vita consolidate.

Pertanto il giudice, in presenza di figli minori o maggiorenni, ma economicamente non autosufficienti, assegna la casa familiare al genitore che continuerà a convivere con loro.

 

Mantenimento dei figli

In caso di separazione, il giudice, a norma degli art. 316bis e 337 c.c. dispone che ciascun genitore sia obbligato, in misura proporzionale alle proprie capacità, al mantenimento dei figli, tenuto conto delle loro esigenze di vita e del contesto sociale e familiare cui appartengono, oltreché di altri criteri indicati dalla legge.

 

Mantenimento del coniuge

Qualora uno dei coniugi non abbia redditi propri che gli consentano di conservare il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, il giudice può imporre all'altro di versare al coniuge "non colpevole" della separazione un assegno periodico, la cui entità deve essere determinata tenendo conto dei redditi del coniuge obbligato, dei bisogni dell'altro e del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio.

  

Pensione di reversibilità

È la quota di pensione di cui era titolare il defunto, riservata al coniuge superstite legalmente separato e titolare di un assegno di mantenimento.

 

Rilascio e revoca passaporto del coniuge

Nel nostro ordinamento, se si è genitori di figli minori, al fine di richiedere il rilascio o il rinnovo del proprio passaporto è necessario l'assenso dell'altro genitore. In difetto, è necessario rivolgersi al giudice tutelare per ottenere la sua autorizzazione, sostituiva dell'assenso dell'altro genitore.

 

Il passaporto di uno dei genitori può essere revocato su richiesta dell'altro genitore quando il titolare non è in grado di provare il suo adempimento degli obblighi di mantenimento che riguardino i figli minori.

Accordi di separazione: l'accordo autonomo dei coniugi di contenuto patrimoniale chiude il giudizio

È valido l’accordo di contenuto patrimoniale stipulato tra coniugi (ad esempio perché dispone il trasferimento di un bene immobile o di somme di denaro), non destinato a essere omologato dal giudice e che sia finalizzato a transigere il giudizio di separazione coniugale. È quanto deciso dalla Cassazione nella sentenza n. 24621 del 3 dicembre 2015, che prosegue nel recente indirizzo che considera validi gli accordi di contenuto patrimoniale intervenuti tra coniugi in vista della separazione o del divorzio o nel corso dei relativi giudizi.

Il nuovo indirizzo della Cassazione supera dunque l’orientamento tradizionale che considerava nulli, per illiceità della causa, patti stipulati prima del matrimonio o in sede di separazione, in quanto ritenuti avere a oggetto materie non negoziabili senza l’intervento del giudice, quali lo status di coniuge e l’assegno di divorzio.

In altri termini, si riteneva che gli accordi di separazione e di divorzio fossero sottratti alla libera e autonoma disponibilità delle parti, in quanto preposti a perseguire superiori “interessi familiari”: pertanto, anche il loro eventuale contenuto meramente patrimoniale veniva considerato come assorbito (e reso indisponibile) dal loro contenuto “necessario”, costituito dalla regolamentazione dei rapporti personali dei coniugi (ad esempio, quella attinente all’affidamento dei figli, al regime di visita dei figli, al loro mantenimento, all’utilizzo della casa coniugale, all’assegno per il coniuge più debole, eccetera).

Secondo la Cassazione questa posizione è da considerare ormai superata, dovendosi escludere oggi che l’interesse “della famiglia” sia superiore e trascendente rispetto a quello dei singoli componenti, per cui si deve ritenere ammissibile un’ampia autonomia negoziale, seppur adottando talune cautele laddove sia necessario tutelare i diritti dei minori e, in genere, i diritti dei soggetti più deboli.

Pertanto, così come è espressione di valida autonomia negoziale, in applicazione del principio di meritevolezza degli interessi (espresso nell’articolo 1322 del Codice civile), la regolamentazione, prima del matrimonio (sono i cosiddetti accordi pre- matrimoniali), dei rapporti patrimoniali tra i coniugi determinando le reciproche concessioni cui dare esecuzione nell’ipotesi di fallimento del matrimonio stesso (Cassazione n. 23713/2012), analogo principio deve operare, secondo la Suprema corte, per gli accordi di natura patrimoniale che siano stipulati in vista della separazione coniugale, nel corso del giudizio di separazione o di divorzio oppure posteriormente a tali giudizi e che non siano destinati all’omologa dell’autorità giudiziaria; e ciò in quanto gli accordi omologati dal giudice della separazione o del divorzio, chiamato dalla legge a vagliarne la legittimità, non esauriscono infatti necessariamente ogni rapporto tra i coniugi.

È dunque da considerare valido, ad esempio, sia tra le parti, sia nei confronti dei terzi, il patto avente a oggetto il trasferimento di un immobile tra i coniugi, sia che tale patto venga contenuto nel verbale di separazione omologato dal giudice o recepito nella sentenza di divorzio, sia che si tratti di una convenzione autonomamente stipulata dai soli coniugi separandi; cosi come è da considerare valido l’accordo avente a oggetto il trasferimento o la promessa di trasferimento di somme di denaro o altri beni mobili quale adempimento dell’obbligazione di mantenimento, o assistenziale, gravante su un coniuge a favore dell’altro.

Il Sole 24 Ore -  Angelo Busani e Elisabetta Smaniotto

 

 

Separazioni internazionali

È la separazione che interessa le coppie di nazionalità diverse o che interviene tra coniugi che hanno la stessa cittadinanza ma risiedono all'estero o hanno intenzione di trasferirvisi.

 

IL CONTRATTO DI AFFIDAMENTO FIDUCIARIO. IL NUOVO CONTRATTO PER TUTELARE I FIGLI "DEBOLI"

Piena operatività per il contratto di affidamento fiduciario con la legge sul dopo-di-noi, la 112/2016 («Disposizioni in materia di assistenza in favore delle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare»),  entrata in vigore il 25 giugno 2016. 

Il contratto

Per contratto di «affidamento fiduciario» si intende il contratto con il quale un soggetto, detto affidante, si accorda con un altro soggetto, detto affidatario, affinché quest’ultimo, con riguardo a determinati beni la cui titolarità viene attribuita dall’affidante all’affidatario, impieghi tali beni a vantaggio di uno o più soggetti beneficiari, secondo un programma delineato dall’affidante e accettato dall’affidatario.

Ad esempio, se un venditore e un acquirente convengono un pagamento dilazionato del prezzo di compravendita e (in attesa della maturazione del termine di pagamento) ne pattuiscono, “a garanzia”, il deposito presso un soggetto terzo, utilizzando il contratto di affidamento fiduciario si ottiene l’effetto che il denaro entra nella piena disponibilità dell’affidatario, il quale deve però svolgere, con riguardo al denaro affidatogli, l’attività descritta nel programma che gli è stato impartito, vale a dire il pagamento del prezzo di compravendita alla scadenza pattuita. Ancora, se Tizio è un anziano proprietario di immobili che gli fruttano un reddito periodico, egli, in previsione di non poter più provvedere all’amministrazione dei suoi beni, li può attribuire a un affidatario, con il programma di gestirli, riscuoterne le rendite, investire il denaro ricavato e anche di utilizzarlo, in tutto o in parte, per provvedere alle esigenze di vita e di salute dell’affidante medesimo (salvo poi riversarli ai suoi eredi, dopo la sua morte).

I soggetti del contratto di affidamento fiduciario possono essere persone fisiche o giuridiche, pertanto l’affidatario può essere anche un’organizzazione non lucrativa di utilità sociale (Onlus), che operi prevalentemente nel settore della beneficenza.

In particolare, l’affidatario non deve necessariamente avere caratteristiche professionali. Anche quanto ai beni oggetto di affidamento, così come accade per il trust, non vi sono limitazioni (invece, nel caso del vincolo di destinazione ai sensi dell’articolo 2645-ter del Codice civile, il vincolo è limitato a beni immobili e beni mobili registrati). 

Effetti del contratto.

Con il contratto di affidamento fiduciario, i beni affidati all’affidatario non si confondono con il restante patrimonio di quest’ultimo, perchè si origina  nel patrimonio del soggetto affidatario, una sfera patrimoniale “segregata” rispetto al suo patrimonio generale, alle cui sorti il patrimonio affidato resta insensibile. Pertanto, ad esempio,  se l’affidatario è coniugato in regime di comunione dei beni, i beni affidati non entrano nel regime di comunione; se l’affidatario ha ragioni di debito (per obbligazioni non dipendenti dal contratto di affidamento fiduciario), i beni affidati non sono sottoponibili a esecuzione da parte dei creditori personali dell’affidatario; se l’affidatario muore, questi beni non fanno parte della sua successione. Trattandosi inoltre di beni che l’affidante intesta all’affidatario, essi sono con ciò sottratti alle azioni esecutive dei creditori dell’affidante. Viceversa, dei debiti contratti nell’esercizio dell’affidamento fiduciario, rispondono i beni affidati e non quelli personali dell’affidatario (i quali, peraltro, restano soggetti all’esecuzione dei creditori dell’affidatario per la responsabilità in cui l’affidatario incorra nell’esercizio del suo “mandato”). 

 

Trattamento fiscale. Il testo interviene anche con alcune agevolazioni fiscali e tributarie. In particolare, la detraibilità delle spese sostenute per le polizze  assicurative; l’importo detraibile sale da 530 a 750 euro relativamente ai premi per assicurazioni aventi per oggetto il rischio di morte finalizzate alla tutela delle persone con disabilità grave. 

Quanto ai negozi giuridici, costitutivi del patrimonio destinato, il trattamento fiscale dell’atto di dotazione del contratto di affidamento fiduciario dovrebbe essere l’imposta di donazione, in quanto – come ribadito più volte dalla Cassazione – imposta propria degli atti istitutivi dei vincoli di destinazione. Infatti, sui beni che ne sono oggetto, viene impresso un vincolo di destinazione all’attuazione del programma dettato dal disponente/affidante, il che è l’indispensabile presupposto affinché, nel patrimonio del trustee/affidatario, si origini quella separazione patrimoniale che permette di tenere distinti i beni personali del soggetto gestore da quegli attribuitigli in trust o in affidamento fiduciario.

Con la legge 112/2016 il contratto di affidamento fiduciario trova la sua disciplina totalmente nel diritto interno, perciò, non può sorgere contestazione sul punto che il foro competente a giudicare di eventuali controversie sia ubicato in Italia, quando invece, con il trust, potrebbe talora esserci il dubbio che il foro competente sia ubicato nel Paese la cui legge sul trust sia stata scelta come legge regolatrice del trust.

Da pubblicazioni del notaio Angelo Busani - Pubblicista de Il Sole 24 Ore

STRUMENTI PER LA PROTEZIONE DEL PROPRIO PATRIMONIO

Lo Studio si avvale degli strumenti del diritto italiano e straniero al fine di raggiungere gli obiettivi di:

 

A) PROTEZIONE ENDOFAMILIARE, ovvero la capacità di rendere insensibile il patrimonio al regime patrimoniale della famiglia tanto del soggetto che ne è titolare, e intende destinarlo, che dei soggetti destinatari del medesimo.

Una struttura che persegue tale obiettivo consente che il patrimonio non faccia parte della comunione legale dei beni fra coniugi, non sia oggetto di valutazione nella determinazione dell’assegno di mantenimento in sede di separazione personale dei coniugi, né di quello alimentare in sede di cessazione degli effetti civili del matrimonio. 

 

B) PROTEZIONE SUCCESSORIA, ovvero la capacità di sottrarre il patrimonio dalla successione tanto del soggetto che ne è titolare, e intende destinarlo, che dei soggetti destinatari del medesimo.

Una struttura che persegue tale obiettivo consente che il patrimonio sia escluso della massa ereditaria di tutti i soggetti coinvolti e, pertanto, esclude che costoro possano disporne per testamento o trasmetterlo ai propri familiari secondo le regole proprie della successione legittima. 

 

C) SEGREGAZIONE, "segregare un patrimonio" significa renderlo insensibile alle legittime pretese dei creditori tanto del soggetto che ne è titolare, e intende destinarlo, quanto dei soggetti destinatari del medesimo.

Il patrimonio segregato, infatti, è esclusivamente funzionalizzato alla destinazione che gli è stata impressa, dal disponente o dalla legge, e risponde esclusivamente delle obbligazioni contratte in ragione del perseguimento dello scopo per cui quel patrimonio è stato destinato.

 

D) PROGRAMMAZIONE, "programmare un patrimonio" significa sottoporlo a regole e precetti che, in maniera automatica, si attivano al verificarsi di determinati eventi.

Il patrimonio è correttamente programmato quando la destinazione che il disponente ha voluto imprimergli si realizza mediante una struttura che contempla, astrattamente, ogni possibile circostanza a cui il patrimonio medesimo deve fare fronte, e ne disciplina le sue modalità di reazione proprio in funzione dello scopo che questo deve realizzare. Se costruisce così, una organizzazione dinamica del patrimonio.

IL PATTO DI FAMIGLIA

Le operazioni da compiere

La disciplina del patto di famiglia prevede una pluralità di operazioni per realizzare lo scopo della trasmissione generazionale dell’azienda di famiglia:

a) il trasferimento dell’azienda o delle partecipazioni al capitale sociale da parte dell’imprenditore ad alcuno dei suoi discendenti;

b) la liquidazione degli altri familiari non continuatori dell’impresa di famiglia da parte dell’imprenditore che dona l’azienda oppure da parte dei discendenti che hanno conseguito l’attribuzione dell’azienda.

Perchè dunque si abbia un “patto di famiglia” nel senso voluto dalla normativa, occorre che:

* il disponente sia titolare di una attività d’impresa individuale o di un pacchetto di partecipazioni societarie;

* il beneficiario o i beneficiari dell’attribuzione dell’azienda o delle partecipazioni siano soggetti qualificabili come “discendenti” del disponente (e che quindi si tratti dei suoi figli - nella nuova, omnicomprensiva accezione post riforma del 2013 - oppure dei suoi nipoti e cioè dei figli dei suoi figli); altri famigliari, quali ad esempio i genitori, il coniuge e i fratelli del disponente non sono pertanto soggetti ritenuti dalla legge idonei alla stipula del patto di famiglia;

* al patto partecipino coloro che sarebbero qualificabili come legittimari del disponente se egli morisse nello stesso momento in cui il patto di famiglia viene stipulato: si tratta del coniuge, dei suoi figli (e, in caso di loro premorienza, dei discendenti ulteriori) e degli ascendenti, cioè i genitori se mancano i figli; il patto di famiglia quindi non coinvolge i fratelli dell’imprenditore, il suo convivente, e nemmeno zii, cugini e altri parenti.

La disciplina del patto di famiglia cerca infatti di realizzare lo scopo di favorire il passaggio generazionale delle aziende familiari con il minor sacrificio possibile dei familiari non partecipi dell’attività aziendale; pertanto, essa è caratterizzata dalla ricerca del trattamento meno sperequativo possibile tra il familiare destinatario dell’azienda e gli altri suoi parenti.

La legge dunque prevede che l’attribuzione dell’azienda sia “compensata” con un’attribuzione in denaro o in natura a favore di coloro che sarebbero i legittimari dell’imprenditore (a meno che, ovviamente, costoro non vi rinuncino in tutto o in parte).

L’attribuzione ai familiari non beneficiari dell’azienda o delle partecipazioni può essere effettuata sia da colui che dona l’azienda sia dal discendente dell’imprenditore che beneficia dell’attribuzione dell’azienda o delle partecipazioni: limitare a questo ultimi il compito di effettuare questa compensazione sarebbe una soluzione praticamente irrealizzabile nella maggior parte dei casi; invero, di regola, l’età dei beneficiari dell’attribuzione dell’azienda o delle partecipazioni è piuttosto giovane e il loro personale patrimonio è tendenzialmente privo delle risorse sufficienti per far fronte alle esigenze di “compensazione” dei familiari non beneficiari dell’ attribuzione dell’azienda o delle partecipazioni; infine, il valore dell’azienda è spesso assai elevato e una “compensazione” che soddisfi le esigenze dei familiari non beneficiari richiede la disponibilità di una somma di notevole entità, che spesso nemmeno vi è nel patrimonio dell’imprenditore donante (e tanto meno la si ritrova nel patrimonio del discendente donatario).

Si tratta spesso quindi di reperire le risorse per consentire la stipulazione del patto di famiglia e quindi per permettere la soddisfazione anche dei familiari non imprenditori.  La necessità è pertanto quella di finanziare il discendente dell’imprenditore, beneficiario del trasferimento dell’ azienda: ora, o si ipotizza che costui monetizzi qualche cespite aziendale (o personale) e, con il ricavato da questo “spezzatino”, liquidi il dovuto ai familiari non imprenditori; o si ricorre al sistema bancario, ambito ove entra in campo il tema delle garanzie da concedere per ottenere credito.

La soluzione più facile è quella di offrire ipoteca su beni personali o aziendali oppure di concedere il pegno sulle partecipazioni al capitale sociale dell’impresa di famiglia. Ma si possono ipotizzare anche soluzioni più complesse utilizzando il classico schema delle operazioni di leveraged buy out, e quindi:

a) costituzione di una nuova società (la cosiddetta newco) che viene indebitata mediante la concessione di un finanziamento bancario;

b) l’acquisto da parte di newco del capitale sociale della società-bersaglio (la cosiddetta target, e cioè l’azienda di famiglia) utilizzando, quale prezzo (da corrispondere al discendente donatario delle partecipazioni), il ricavo dell’erogazione del finanziamento bancario;

c) la concessione in pegno, dalla newco alla banca, delle partecipazioni nella target;

d) la fusione di target in newco, di modo che il flusso finanziario necessario a pagare le rate del mutuo provengano dalla stessa attività di target.

Con il prezzo così percepito per la vendita delle sue partecipazioni, il discendente donatario può alfine soddisfare le pretese economiche degli altri legittimari dell’imprenditore donante.

http://www.notaio-busani.it/it-IT/patto-famiglia-operazioni.aspx - Notaio Angelo Busani

NULLITÀ CANONICA: NUOVA APERTURA AGLI EFFETTI CIVILI

Il matrimonio cattolico è indissolubile. Può quindi essere solo dichiarato nullo, con la conseguenza che tutti gli effetti decadono fin dall’inizio, come se il matrimonio non fosse mai esistito. Le sentenze canoniche di nullità matrimoniale possono peraltro essere dichiarate efficaci nel nostro ordinamento dalla Corte di appello competente per territorio. La conseguenza è la nullità, con effetto retroattivo anche degli effetti civili, nel caso in cui sia stato trascritto nei registri dello stato civile (matrimonio concordatario).

Fino ad oggi - sentenza 16379/2014 le Sezioni unite della Cassazione - la convivenza come coniugi, protrattasi per almeno tre anni dalla celebrazione del matrimonio, costituiva però un ostacolo al riconoscimento civile delle sentenze canoniche di nullità matrimoniale. Ciò al fine di tutelare il coniuge più debole, il quale, una volta riconosciuta agli effetti civili la sentenza ecclesiastica dichiarativa della nullità del matrimonio, sarebbe insufficientemente garantito nel caso in cui, con il divorzio, avrebbe invece diritto a miglior trattamento, anche, in taluni casi, dopo la morte dell'ex coniuge.

La Corte d'Appello di Catania, con sentenza dell'11 gennaio 2016, ha delibato nel nostro ordinamento una sentenza canonica dichiarativa della nullità di un coniugio in cui la convivenza è durata per un periodo superiore a tre anni, e ciò anche anche se le parti non erano concordi sull’efficacia civile della sentenza canonica e quindi la delibazione era stata richiesta da una parte in opposizione all’altra.

La Corte di appello di Catania ha infatti accertato che le disposizioni della pronuncia canonica non sono contrarie all’ordine pubblico italiano, inteso come «insieme di principi, desumibili dalla Carta costituzionale» (Cassazione 27592/2006).

 

 

 

La casa prestata al figlio ... che poi si separa, resta al suo coniuge

La Cassazione Civile a Sezioni Unite ha spiegato cosa succede a chi presta l’abitazione ai figli, se poi a casa resta il coniuge separato.

Secondo la sentenza SU n. 20448 del 2014, il comodante può esigere la restituzione immediata delle chiavi di casa solo per la sopravvenienza di un urgente ed imprevisto bisogno. Da provare ad onere del proprietario.

Ebbene, spesso avviene che il genitore consegni al proprio figlio (o ad un terzo) un immobile affinchè se ne serva come abitazione familiare, senza prevedere un termine.

Se chi riceve la casa - od il suo coniuge separato con cui convive la prole minorenne o non economicamente autosufficiente - riesce a dimostrare l’esistenza di un un contratto di comodato di casa per la famiglia, con scadenza non predeterminata, allora può restare in casa.

Infatti, per le Sezioni Unite, questa destinazione ad abitazione familiare è incompatibile con un godimento provvisorio ed incerto (cd “precario”),  per il quale si prevede la cessazione “ad nutum”, su richiesta del proprietario.

La ratio di questa sentenza sta nel fatto che chi ha prestato la casa per farvi vivere la famiglia del figlio, ha voluto permettere un godimento a tempo indeterminato, e perciò, è poi tenuto a consentirne la continuazione anche oltre l’eventuale crisi coniugale, salva l’ipotesi di sopravvenienza di un urgente ed imprevisto bisogno del comodante...

 

Attenti a prestare le chiavi di casa…

 

Il nostro studio è a Vostra disposizione per ogni approfondimento relativo ai contratti che regolano i rapporti familiari.

Testamento

È fondamentale per chiunque intenda devolvere i propri beni, disporre consapevolmente del proprio patrimonio secondo le regole previste dalla legge. Il nostro ordinamento stabilisce che una quota di eredità sia riservata di diritto ai parenti più stretti, e di essa bisogna tener conto anche nel redigere il proprio testamento.

Il professionista, grazie alla sua preparazione specifica in materia, può aiutare a compiere le scelte più adeguate per programmare la devoluzione del proprio patrimonio e la distribuzione dei propri beni, senza il rischio che le proprie volontà vengano poi disattese...

Successioni

Con la successione a causa di morte un soggetto subentra ad un altro in una o più situazioni giuridiche che non si estinguono con la morte.

La successione può essere di due tipi: successione testamentaria,  quando è regolata da un testamento e successione legittima quando, in mancanza di un testamento, la successione è regolata dalla legge. 

Nel caso esista un testamento, ma esso non disciplini l’intera successione (quindi non ricomprenda tutti i figli, il coniuge, o gli ascendenti in taluni casi oppure non ricomprenda tutti i beni e i diritti appartenenti al testatore al momento della sua morte), la successione sarà in parte testamentaria e in parte legittima.

A taluni soggetti, quali il coniuge, i discendenti e gli ascendenti in mancanza di discendenti, spetta in ogni caso il diritto ad una quota di eredità. Questo diritto alla quota di legittima configura un limite all’autonomia testamentaria e s'inquadra nell'ambito della cosiddetta successione necessaria.

 

Adempimenti fiscali

La successione per causa di morte impone una serie di adempimenti anche dal punto di vista fiscale. In particolare, entro un anno dall’apertura della successione, i chiamati a succedere devono presentare, al competente Ufficio dell’Agenzia delle Entrate, la dichiarazione di successione. Tale dichiarazione contiene le generalità dei successori e la descrizione dei beni oggetto della successione, ed è funzionale al pagamento dell'imposta di successione.  Si tratta di un adempimento fiscale di fondamentale importanza, in quanto costituisce condizione imprescindibile al fine di poter disporre dei beni ricevuti a causa di morte.

 

I debiti

Per acquisire i beni di cui è composta l’eredità, occorre accettarla. L’accettazione (che non può riguardare solo una parte dell’eredità) può essere espressa con un ricevuto dal notaio o dal cancelliere del Tribunale del luogo ove il defunto aveva l’ultimo domicilio (e, in caso di eredi minori o incapaci, occorre anche l’autorizzazione del giudice) oppure tacita, cioè desumibile da un comportamento che manifesti la volontà di accettare (per esempio con il trasferimento della residenza nella casa ricevuta in eredità). Se l’erede accetta, subentra al defunto anche nei debiti. 

Per questo motivo la legge prevede, con le medesime formalità richieste per l’accettazione espressa, la possibilità di: 

- rinunciare all’eredità, cioè di rifiutarla (con la conseguenza, però, che saranno chiamati all’eredità i discendenti);

- accettare con beneficio di inventario (obbligatorio in caso di eredi minori, incapaci, o di persone giuridiche), in modo da non rispondere dei debiti del defunto con il proprio patrimonio personale, ma solo nei limiti del valore di quanto ricevuto in eredità.

CAMBIA!

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PIU' GIOVANI, PIU' CAPACI, PIU' AGGIORNATI !

 

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